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Stupidity as it used to be!

In Search of my Sunset Safari

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“Il concetto di libertà è molto interessante. Ho conosciuto un tizio che faceva l’agente di Borsa a Wall Street, il tipo del golden boy ricco sfondato cui tutto va alla grande. Un giorno ha deciso di diventare un uomo libero. Aveva visto in TV un documentario sull’Alaska ed era rimasto scioccato. Ha deciso che sarebbe diventato un cacciatore, libero e felice, e che avrebbe vissuto nella natura. Ha mollato tutto e si è trasferito nel sud dell’Alaska, nel Wrangler. Pensi un po’: quel tizio che aveva avuto successo in tutto, ha avuto successo anche in quella sfida. È diventato davvero un uomo libero. Niente legami, niente famiglia, niente casa… Solo un paio di cani e una tenda. Era l’unico uomo veramente libero che avessi mai conosciuto.” – “Era?” – “Era. Quel fesso è stato liberissimo per tre mesi, da giugno a ottobre. Poi, quand’è arrivato l’inverno, è morto di freddo, dopo aver rimpinzato tutti i suoi cani per la disperazione. Nessuno è libero, Goldman, neanche i cacciatori dell’Alaska. E, soprattutto, non in America, dove i buoni americani dipendono dal sistema, gli inuit dipendono dai sussidi statali e dall’alcool, e i pellerossa sono liberi ma parcheggiati in quegli zoo per umani che chiamiamo riserve e dove sono condannati a ripetere la loro patetica e sempiterna danza della pioggia davanti a una platea di turisti. Nessuno è libero, ragazzo mio. Siamo tutti schiavi di qualcun altro. E di noi stessi.”

L’estratto con cui ho stranamente iniziato questo mio ultimo articolo, è preso dal libro, anzi ebook, per essere precisi, che sto leggendo in questo momento e che si intitola “La verità sul caso Harry Quebert” di Joel Dicker. Joel Dicker è un giovane scrittore svizzero, che è salito agli onori della cronaca proprio grazie a questo suo romanzo, il secondo scritto in carriera. Ho incominciato a leggerlo assolutamente per caso. Primo perché mio padre mi ha regalato un ereader per il mio compleanno e quindi avevo deciso che lo avrei sperimentato, e probabilmente senza ereader difficilmente sarei mai arrivato a leggere questo libro, e secondo perché l’ho scelto nel relativamente limitato store del kobo solo perché titolo e copertina mi ispiravano. Infatti in precedenza non avevo mai sentito parlare ne del libro ne dell’autore, perciò era un salto completamente nel buio la spesa di qualche euro che stavo effettuando. Mi ha colpito però quasi subito per due motivi: innanzitutto perché è scritto in maniera scorrevole e quindi la lettura risulta molto piacevole, e in secondo luogo perché ho trovato delle somiglianze notevoli tra me e il protagonista principale, lo scrittore Marcus Goldman, che si ritrova ad indagare sul caso di una Nola Kellergan, una ragazza scomparsa 33 anni prima, il cui cadavere viene ritrovato nel cortile del suo mentore nonché grande amico Harry Quebert, che chiaramente finisce in non pochi guai penali.

Leggendo il passaggio che vi ho citato e che trovo molto interessante, improvvisamente ho cominciato a pensare al solito argomento che mi frulla in testa quando non penso all’atletica, o allo sport in generale, e alla possibilità di volare o di viaggiare nel futuro: ovvero alla libertà e a cosa veramente voglia dire essere liberi. E’ chiaro che non sto parlando di una libertà fisica, dato che ne io, ne, immagino, voi che state leggendo siamo in carcere o siamo impossibilitati dal muoverci dovunque vogliamo in qualunque momento. Sto parlando di quella libertà che però ogni persona purtroppo si vede sottratta per il solo scopo di esistere. Cosa ci impedisce di fare quello che ha fatto l’uomo del racconto, che è andato in Alaska per trovare la libertà? Perché è così difficile prendere e andarsene davvero ad aprire il nostro chioschetto su una bella isoletta caraibica? Molti sognano un giorno di scapparsene da tutto e tutti, lasciarsi alle spalle le proprie responsabilità e cominciare una nuova vita, ma quanti lo fanno davvero?

L’unica spiegazione legata alla risposta, che è scontato sia quasi nessuno, che mi viene in mente è: perché in realtà siamo degli schiavi. Il mondo così com’è ci ha schiavizzato. Siamo schiavi delle nostre responsabilità, del nostro lavoro, della nostra famiglia, dei nostri amici, dei nostri hobby. Siamo così schiavi che per quanto saremmo felicissimi di potercene andare, alla fine non lo facciamo. E la cosa peggiore è che la risposta che ci diamo non è: perché non voglio. Sarebbe troppo facile ammettere che è più comodo non cambiare niente nella propria vita, anziché dedicarsi a fare davvero qualcosa che ci farebbe immensamente felici ma ci costerebbe cambiamenti enormi. La risposta che ci diamo è: perché non posso. Già in un’altra occasione avevo parlato dello schiavismo dei pendolari, in quel caso scherzosamente, ma a quanto pare è un tema che mi porto dietro da un po’. In questi giorni ho conosciuto due persone che lavorano a Milano, ma che, per motivi di famiglia, vivono in due città a due ore di distanza di treno dal capoluogo lombardo, città nelle quali tornano a dormire tutte le sere della settimana. Detto che hanno tutta la mia ammirazione, perché posso solo immaginare quanto sia complesso andare avanti in questo modo, mi chiedo anche se sia vivere questo. Che vita è una vita in cui ti alzi la mattina alle 6, per essere a lavoro alle 9, finire di lavorare alle 7 ed essere a casa, se va bene, alle 9.30 giusto in tempo per andare a dormire? Questo è vivere, essere liberi, o essere degli schiavi? Del lavoro, della famiglia, di entrambi. Poco importa. Me lo domando costantemente anche in relazione alla mia situazione attuale. Cosa vuol dire davvero essere liberi, dovendo però al contempo lavorare e portare a termine tutta una determinata serie di cose che siamo obbligati a fare? E soprattutto, è possibile riuscire a liberarsi realmente da queste catene, o, come dice il narratore del racconto con cui ho introdotto l’argomento, nessun uomo sarà mai davvero libero?

(picture: Sunset Safari – by the Welch Brothers” Taken from http://www.threyda.com)

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2 commenti su “In Search of my Sunset Safari

  1. Luca
    novembre 11, 2014

    Il problema secondo me è il fatto stesso di vivere non può convivere con il tuo concetto di libertà! Mi spiego meglio: per raggiungere lo scopo di aprire il chioschetto ai Caraibi è necessario avere prima i mezzi…Ovviamente parliamo di big money. E a meno che non si abbia una famiglia sputa soldi, bisognerà procurarseli in qualche modo. La strada più veloce sarebbe assalire un caveou, ma mi sa che la maggioranza delle persone si lancia sul lavoro. Questo comporterà a entrare in quel mondo chiamato società, proprio quel mondo a cui non si vuol far parte. Succederà che si comincerà a parlare di tasse, di come risparmiare, di fare straordinari, di promozioni… Sai com’è, i sogni di solito non costano poco… Va a finire che, dopo anni di sacrifici, dopo che finalmente avrai i soldi per avere quella fantastica baracca nella spiaggia, un pensiero ti attanaglia… Ma ne vale davvero la pena? Ecco, la società ti ha preso, e non ti molla più.

    • longosteph
      novembre 12, 2014

      La società ti ha preso è il riassunto di una pagina del mio post in 5 parole 😀
      Tutto vero quello che hai detto. Ma per certe cose sono un inguaribile ottimista e continuo a sperare che qualcuno ce la faccia a scappare da questo destino, e io stesso ci sto provando in maniera meno totale, cercando di poter fare quello che voglio nella vita e lasciandomi alle spalle quello che non credevo fosse il mio futuro ma che stava ormai diventando la mia quotidianità.Da quando ho scritto questo articolo ad esempio, è cambiato quasi tutto nella mia vita. E sarà forse poco ma è già qualcosa.

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