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Stupidity as it used to be!

Rio 2016 – Volontariato Olimpico!

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E’ domenica sera, 28 agosto. Mi sono appena messo alla scrivania perché mi sono ripromesso di scrivere un report sulla mia permanenza a Rio de Janeiro, sul mio ruolo di volontario alle Olimpiadi di Rio 2016 e quindi una riflessione in generale sulla più grande manifestazione sportiva del mondo, che ho finalmente avuto il piacere e l’onore di vivere dall’interno. Non forse come avrei sempre sognato, ovvero da protagonista in pista cercando di inseguire quella medaglia d’oro che significa entrare nella storia della propria disciplina. Quel sogno ormai posso definitivamente affermare che è partito, e generalmente non è uno di quelli che una volta partito si guarda indietro e si accorge di essersi dimenticato di te. Sarà quindi un report su quello che ho visto da dietro le quinte, lavorando per fare in modo che tanti altri atleti e sportivi possano invece realizzare quello che a me è sfuggito, fare in modo che tutte le loro fatiche per arrivare ad Olimpia possano concludersi, degnamente o meno, dov’è giusto che sia, ovvero sui rispettivi campi di gioco.

Ma, come dicevo prima, è il 28 agosto, e in seguito ad una domanda che ho ricevuto da Wanja, un collega volontario che posso senza dubbio definire anche un amico, ho controllato la data di nascita di questo blog. Mai domanda fu più azzeccata in termini di tempo. Il primo post di questo blog risale pensate, al 1 settembre del 2006, quindi fra 3 giorni compirà 10 anni! A quel punto è sorta spontanea una domanda: che faccio? Voglio fare un articolo di riepilogo di questi 10 anni o continuare col piano originario? No, niente post commemorativo. Non mi va di tirare somme ora, non è il momento, e non saprei dove andrei a finire. Continuo con il piano A, post sulle Olimpiadi. Tanti auguri (tra l’altro in ritardo dato che per terminare l’articolo ci ho messo una settimana) e finiamola qui.

E’ per me ancora difficile esprimere un’opinione del tutto oggettiva di quanto ho vissuto per un semplice motivo: devo completamente dividere in l’esperienza Rio, mettendo da parte tutte le vicissitudini che hanno fatto parte di quanto non concernesse l’aspetto puramente lavorativo, da quanto di positivo ho vissuto invece nel contesto olimpico. Purtroppo le prime sono state tali e tante che non hanno potuto non condizionare la parte legata al mio ruolo di volontario. Ciononostante cercherò di tralasciarle il più possibile, e magari farò un articolo fra una settimana, in cui tutti potrete ridere delle mie infinite disavventure.

Partendo dal principio quindi, vi spiego quanto e perché ho deciso che volevo andare a Rio in veste di volontario. Come forse saprete, da un paio di anni ho deciso di voler lavorare nel mondo dello sport, e di inseguire quindi quell’obbiettivo che non mi era riuscito di raggiungere dal punto di vista agonistico. Nel corso del master in sport business strategies (www.mastersbs.it) che ho frequentato, durante una lezione ci hanno parlato di come per entrare nel mondo dello sport business fosse utile fare il volontaro in grandi eventi come i mondiali di calcio o le Olimpiadi. Proprio in quel periodo aprivano le selezioni per i volontari per Rio, e quindi è stato semplice decidere di iscriversi. Dopo circa un anno e mezzo di selezioni, semplicissime a dire il vero, ho ricevuto la tanto desiderata lettera d’invito che mi confermava ufficialmente come volontario olimpico. O così pensavo, dato che molti non hanno poi avuto seguito alla lettera d’invito. Per fortuna non è stato il mio caso, anche se già da questo punto si poteva notare una minima nota di disorganizzazione latina, che in fondo anche noi italiani non dispreziamo necessariamente troppo.

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Ritiro accredito e uniforme

Io ero comunque stato già assegnato ufficialmente al Press Tribune Team del Padiglione 6 a RioCentro, il polo fieristico di Rio che occupava alcuni degli eventi olimpici. Il mio padiglione era quello dedicato alla Boxe. Nello stesso polo ma in padiglioni diversi c’erano anche il Badminton, o Volano, il Sollevamento Pesi e il Ping Pong, Table Tennis per i fighetti anglofoni. Il ruolo mi piaceva molto, lo sport in cui ero stato assegnato assai meno. Ho cercato di capire se si potesse essere spostati sull’atletica, sia perché ritenevo di poter essere più utile la, ma soprattutto perché viceversa quel ruolo in quell’altra posizione avrebbe potuto essere molto più utile al mio futuro. Purtroppo dopo qualche scambio e-mail con delle persone che conoscevo e che già avevano lavorato alle Olimpiadi, ho dovuto rassegnarmi. Col senno di poi posso dire che insistendo di più e rompendo le scatole in maniera più incisiva, forse sarebbe stato possibile il cambio di venue, anche se di certo non c’era ovviamente nulla.

Fast forward e si arriva a Rio, e dopo nemmeno un giorno dal mio problematico arrivo, devo subito correre a ritirare uniforme e accredito, perché il giorno seguente avrei avuto la prima e unica sessione di training. In entrambe le situazioni, quella del ritiro uniforme e dal primo training, ho avuto la conferma, semmai ce ne fosse stato bisogno, che Rio è immensa, e che per raggiungere un posto anche apparentemente vicino, ci possono voler ore. Altra conferma di cui forse non c’era bisogno era che i trasporti fossero poco ottimizzati. Non voglio che questo giudizio sia troppo negativo, perché in realtà non ho avuto un’impressione totalmente negativa dei trasporti di Rio, come molti hanno spesso sottolineato. Specialmente per le linee espresse del BRT (di cui ho fatto largo uso dopo il mio trasferimento nel secondo alloggio), il numero di mezzi era impressionante, ad ogni ora del giorno e della notte partivano bus ogni tre minuti. A volte anche due contemporaneamente. Roba che nemmeno la metropolitana di Londra. Però il problema principale riguardava l’interconnessione di queste tre linee, che spesso erano infatti scollegate tra loro, e per cambiare linea, nonostante teoricamente ci fossero delle fermate in comune, si poteva arrivare a camminare anche per 2km. Le linee tradizionali del BRS avevano invece notevoli pecche, quelle sì. Bus che tremavano come navicelle spaziali in fase di decollo, tenute assieme per non si sa quale legge fisica e che mi facevano venire un mal di mare notevole. Solo per arrivare al Boulevard Olimpico, ci voleva circa 1h30 da dove alloggiavo.

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Boulevard Olimpico

Ma ho già dedicato troppo tempo ai trasporti, perché la parte fondamentale del report deve necessariamente essere legata alle Olimpiadi vere e proprie e al mio ruolo. Come ho già detto ero stato assegnato alla squadra della tribuna stampa del padiglione 6 di RioCentro. Come tutte le volte in cui si viene assegnati a qualcosa senza sapere di cosa si tratta, suonava molto bene. E per fortuna lo è stato anche! Non voglio esagerare, ma lo ritengo uno dei ruoli migliori dal punto di vista del rapporto fra possibilità di godersi i giochi ed entrare in contatto con le persone giuste. A testimonianza di quanto sostengo, i miei compiti di base non erano di certo stressanti. Dovevo infatti assicurarmi che la tribuna stampa restasse “in possesso” di giornalisti e fotografi, quindi fondamentalmente bloccando i non autorizzati ad entrare prima che entrassero, supportare i giornalisti nel caso avessero bisogno, e assicuarmi che nessuno di loro facesse il furbo e non facesse filmati con i propri dispositivi mobili da poter caricare sulle pagine social o sui giornali delle proprie emittenti. Questo non era permesso in quanto, a differenza della OBS (Olympic Broadcasting Service), società che detiene la totalità dei diritti audiovisivi delle olimpiadi, e delle televisioni che avevano acquistato il diritto a filmare gli eventi in loco, i giornalisti presenti in tribuna stampa potevano anche appartenere a televisioni non accreditate. Non che fosse fatto divieto assoluto di filmare nell’arena, ma la zona preposta non era quella della tribuna stampa. In assenza di ognuno dei compiti elencati, su esplicita raccomandazione dei miei capi, potevo tranquillamente sedermi e guardare quanta boxe volessi, cercando sempre di buttare un occhio affinché tutto si svolgesse secondo le regole. Per me che in vita mia avevo visto forse 5 incontri di boxe completi, è stato senz’altro interessante, ma anche estenuante, perché la boxe è il torneo più lungo delle Olimpiadi, per la presenza di 10 categorie di peso maschili e 3 femminili, e inizia il primo giorno dei giochi e finisce l’ultimo.

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Primo giorno di lavoro nel Padiglione 6 di Riocentro

L’occasione di fare contatti nella tribuna stampa si è rivelata importante, perché spesso i giornalisti che sono li per raccontare le gare o gli incontri non sono specialisti di quello sport, e io che ero in cerca di contatti tra la stampa internazionale per poter dare più visibilità al Cross del Campaccio negli anni a seguire, ho avuto la possibilità di scambiare diversi bigliettini da visita con giornalisti provenienti da tutte le parti del mondo. Certo, fossero stati specialisti e ancora meglio, specialisti nell’atletica, sarebbe stato perfetto, ma il mondo ideale purtroppo ancora non esiste. Detto del mio ruolo, all’interno del mio team c’erano anche altre “sezioni” che si dividevano fra Photo Team (supporto ai fotografi), Mixed Zone Team (coloro che avevano pressoché i miei stessi compiti ma erano addetti alla mixed zone) e Workroom Team (ovvero quelli che invece erano nel Venue Media Center vero e proprio, e dovevano fornire costantemente informazioni a tutti i giornalisti e fotografi che terminati gli incontri tornavano dalla Venue per scrivere gli articoli e scaricare le proprie foto da inviare alle varie redazioni).

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Foto di gruppo finale con molti dei volontari del mio team

In tutto nel nostro team eravamo non meno di una trentina di volontari, quindi un numero importante, considerando che non eravamo certo l’unico gruppo a lavorare all’interno della venue. Non so stimare con esattezza quante persone lavorassero nel solo padiglione 6 per rendere possibile l’evento, ma da cifre non ufficiali sentite in giro si parlava di circa 70.000 volontari arruolati per rendere la macchina olimpica operativa. Un numero realmente eccezionale, come eccezionale è stato anche il numero di volontari che, sempre per sentito dire, hanno disertato il loro lavoro dopo aver ritirato accredito e uniforme: più di 10.000, ovvero quasi il 15%.

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Io e Wanja ad una partita di basket (Nigeria – Lituania)

Quello che si è rivelato essere l’aspetto forse più positivo per la mia esperienza, è stato quello di essere in un team realmente internazionale. Dei 3 macroteam in cui si potevano dividere i volontari, distinguibili dal colore della divisa, quello con la divisa gialla era tendenzialmente quello meno brasiliano di tutti. Era quello a contatto con atleti e giornalisti, e il fatto che i membri parlassero più di una lingua non poteva che essere un punto di forza. Quello a contatto con la stampa era inoltre il team più internazionale del macrogruppo meno brasiliano. Quindi per 16 giorni ho lavorato con persone provenienti da tutto il mondo, cosa a cui non ero più abituato, ma che non mi ha creato problemi in nessuna situazione. E quale messaggio più della fratellanza internazionale e l’amicizia tra popoli diversi è presente all’interno delle Olimpiadi, togliendo ovviamente il raggiungimento risultato sportivo? Poterlo realmente vivere è stato perciò molto interessante.

Ci tengo, a questo punto, a segnalare l’iniziativa di uno dei miei colleghi volontari, Wanja Litwinow, che ha portato avanti un percorso di avvicinamento alle Olimpiadi grazie all’istituzione universitaria per cui lavora, l’ITK di Lipsia (o International Coaching Course). Wanja ha intervistato in un viaggio durato due mesi tutta una serie di ex studenti del suo corso che si trovano ora per vari motivi in Sud America, e ha costantemente aggiornato un blog creato apposta descrivendo questo suo viaggio alla conoscenza di queste persone e del sud america, e che ha poi utilizzato anche come mezzo per raccontare la sua esperienza di volontario alle Olimpiadi di Rio de Janeiro. Il blog, dal nome Road to Rio 63, è decisamente interessante, quindi consiglio a tutti una lettura almeno degli articoli con le interviste agli ex studenti dell’ITK.

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La “discoteca” interna al Parco Olimpico

Io stesso ho avuto nel mio piccolo un ruolo come inviato per Royal Time e Piscine Manara, che stavano cercando una persona da mandare come inviato a Rio de Janeiro. Mi hanno chiesto di poter inviare delle piccole testimonianze fotografiche o video in cui raccontavo le esperienze che stavo vivendo dall’interno del più grande evento sportivo al mondo. L’esperienza è stata interessante, specialmente perché non ero abituato a registrare video miei in cui parlavo, e il tentativo di migliorare di volta in volta forse mi ha permesso di acquisire una piccola capacità che prima di sicuro mi mancava. Nel video riportato qui sotto potete vedere il mio ultimo vlog da Rio, girato dopo l’ultima finale di boxe andata in scena al padiglione 6.

Per quanto riguarda le Olimpiadi il mio commento diventa purtroppo molto semplicistico. Sono un evento così grandioso che tutto quello a cui si assiste, inteso come macchina organizzativa, è difficilmente spiegabile. E’ un qualcosa che deve funzionare al meglio in ogni sua anche infinitesimale funzione, altrimenti se solo qualche ingranaggio incomincia ad essere debole, tutto il banco salta e non c’è modo ne tempo di porvi rimedio. Uno dei rischi maggiori dati dal lavorare in un ambito che è giocoforza ristretto, si riuschiasse di vedere poco di quanto non fosse il proprio compito personale, ma come dicevo prima un’idea di quanto ci fosse da fare anche al di fuori del proprio ambito lo si comprendeva dal numero di volontari sempre presenti nelle varie venue. E un’idea generale sui giochi la si riesce ad avere anche partendo dal piccolo della propria esperienza.

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Elia Viviani campione Olimpico nell’Omnium. Che emozione!!

La parte extra lavoro era invece molto diversa, dato che in alcuni luoghi si percepiva fortemente la festa che per 16 giorni ha animato Rio e in altri sicuramente meno. Il luogo in cui questo amplificatore della festa era più presente era di sicuro il Parco Olimpico, il luogo con il maggior numero di impianti, e all’interno del quale veramente si respirava l’aria olimpica. Entrare nel Parco Olimpico ti dava infatti la sensazione di essere catapultato in un altro pianeta, dove l’unica cosa reale fosse l’Olimpiade, e tutto il resto un qualcosa di irreale. Sfortunatamente a Riocentro non si percepiva la stessa atmosfera, in quanto il luogo era molto meno magico, e assomigliava per davvero a quello che effettivamente era: un polo fieristico, per quanto riadattato per ragioni di convenienza ad impianto polisportivo, e non restituiva certamente la stessa magica sensazione del Parco Olimpico. Questo fatto era solo parzialmente compensato dall’essere posizionati di fronte al Villaggio Olimpico, ovvero dove vivevano gli atleti, un luogo abbastanza impenetrabile senza il pass che ne permetteva l’accesso (non di certo come alcune delle altre venue olimpiche). L’accesso principale per la forza lavoro era dal lato opposto rispetto al villaggio, ma per comodità mia spesso la mattina mi capitava di entrare dall’ingresso secondario, e vedere tutti gli atleti che partivano con taxi, pullmini o bus e che si dirigevano ad allenarsi o a competere, metteva senza dubbio di buon umore.

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Finalmente all’impianto dove avrei voluto lavorare: l’Estadio Engenhao, ribattezzato in Estadio Olimpico nel periodo dei Giochi.

E gli atleti sono decisamente il plus dell’essere in un ambiente olimpico. Tutti o quasi sono infatti appassionati di altri sport, e non era raro incontrare alcuni di essi che già avevano terminato di gareggiare in giro per Rio, o ad assistere alle performance dei loro compagni di squadra o di partite in altri palazzetti che nulla centravano con il loro sport. Io non sono uno che tendenzialmente importuna i personaggi famosi, però in alcuni casi (Emma Coburn, cough! Allyson Felix, cough cough) non si poteva proprio resistere dal chiedere una foto.

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La divina Allyson Felix

Andando dietro per un secondo alle varie proteste che ciclicamente si susseguono sull’opportunità o meno di ospitare un evento come le Olimpiadi, mi sono domandato che cosa dia in più un’Olimpiade ad un paese. La risposta ovviamente non posso darmela così su due piedi. Forse in casi come quello di Atene e di Rio, con i rispettivi paesi sul rischio di un collasso economico, niente di totalmente utile. E forse nemmeno in paesi che utilizzano le Olimpiadi solo per farsi propaganda senza comprendere realmente che cosa significhi ospitarle da un valore aggiunto. Ma se fosse davvero così, allora i paesi che avrebbero diritto a ospitarle sarebbero non più di 10 al mondo e gli altri dovrebbero rassegnarsi a non vedersele mai assegnate? Questo porterebbe ad una minor diffusione di cultura sportiva generale, evenienza che si è pienamente verificata in Brasile, stato calciofilo se ce n’è uno, con spettatori ignoranti dal punto di vista sportivo spesso oltre al limite della maleducazione, viste le ripetute scene di avversari di atleti brasiliani fischiati a ripetizione senza motivo, anche una volta terminate le contese, nel momento in cui anche i due avversari si erano fatti i complimenti e accettato il verdetto del campo, qualunque esso fosse stato. Magari il vedere come ci si deve comportare non cambierà di una virgola la cultura sportiva di un paese in cui gli scontri di ogni tipo allo stadio sono accettati normalmente, ad un livello da far impallidire quello che succede qua in Europa saltuariamente. Però il fatto di non aver mai nememno potuto assistere ad una competizione Olimpica fin oltre le soglie del XXI secolo può anche aver portato questa “mutazione genetica” ad uno stadio irrimediabile, dato che molti dei tifosi non hanno mai avuto un esempio positivo da contrapporre a quanto si era abituati ad avere nei confronti dell’avversario. Ma anche in questo caso, probabilmente non è corretto generalizzare, ma se una parte della popolazione teoricamente più agiata (non era economico acquistare i biglietti) va allo stadio e fischia e si comporta in maniera poco educata, non stupisce vedere poi cosa succede quando sugli spalti ci sono tifosi di classi sociali molto meno abbienti.

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Emma Coburn – Bronzo 3000 metri siepi

Per terminare, sono però sicuro di una cosa: nonostante siano state tre settimane difficilissime e alla fine non ne potessi davvero più di essere a Rio de Janeiro per tutti i disagi che continuamente dovevo sopportare e purtroppo non ho goduto appieno dell’esperienza, fra non molto mi dispiacerà il fatto che quest’esperienza sia durata comunque così poco. Non sarei riuscito a rimanere altre tre settimane per le Paralimpiadi, nonostante avessi ricevuto anche la letter of invitation per quelle. Ma se dovesse ricapitarmi l’occasione per andare a fare un’altra esperienza simile, magari a Tokyo dove prevedo non ci saranno gli stessi problemi che ho dovuto affrontare costantemente in Brasile, penso che non mi tirerò indietro e accetterò senza dubbio quest’altra opportunità. Nel dubbio, arrivederci a Tokyo 2020!

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